Al primo ministro Benjamin Netanyahu è bastata una videochiamata con un semplice smartphone retto da un collaboratore per suggellare i nuovi rapporti diplomatici con il presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi. Il Capo di Stato del Somaliland per questo traguardo ha dichiarato: “Oggi sono l’uomo più felice sulla terra”
Scontata la reazione di Mogadiscio che ha definito il riconoscimento una violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale, ribadendo che il Somaliland è “parte integrante e inseparabile” della Somalia e che l’iniziativa non avrà alcun effetto legale. Gli ha fatto eco l’Unione Africana, che ha chiesto la “revoca immediata” della decisione da parte di Israele mentre la Lega Araba parla di un pericoloso precedente che rischia di destabilizzare maggiormente il Corno d’Africa. Freddi, stranamente, anche gli Stati Uniti. Trump ha infatti prima commentato con tono sarcastico: “Veramente qualcuno sa cos’è il Somaliland?” per poi chiarire che Washington non intende seguire per ora l’alleato israeliano anche se analizzerà attentamente il tema.
Dietro la decisione di Israele ci sono importanti interessi strategici piuttosto che il riconoscimento all’autodeterminazione di un popolo: il Somaliland occupa infatti una posizione geografica chiave, affacciato sul Golfo di Aden. A poche miglia dalle sue coste si trova poi lo stretto di Bab el Mandeb, collo di bottiglia che collega il Mar Rosso al Mar Arabico, per il quale passa circa il 12% del commercio mondiale.
Lo stretto e le acque circostanti sono state insidiate negli ultimi anni dagli attacchi e dalle incursioni degli Houthi che controllano le coste settentrionali del Golfo da dove, dopo il 7 ottobre 2025, hanno lanciato diversi attacchi missilistici contro il territorio israeliano. Avere quindi un alleato nella regione - e molto probabilmente una base militare - permetterebbe a Israele di esercitare maggiore pressione contro i nemici sciiti sostenuti dall’Iran e avere un maggior controllo sulle rotte commerciali che portano al porto di Eilat.
Inoltre, lo stesso presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, sostiene che il governo Netanyahu, alla disperata ricerca di Paesi disponibili, abbia considerato il Somaliland come possibile luogo dove deportare i gazawi. “Non abbiamo mai attaccato Israele. Non vogliamo che Israele venga da noi e porti i suoi problemi qui.” Queste le parole di Mohamud in un’intervista all’ emittente turca TRT World.
Infine, il processo di riconoscimento e le collaborazioni che seguiranno i nuovi rapporti tra Israele e Somaliland verranno inseriti nel più ampio quadro degli Accordi di Abramo, come dichiarato dallo stesso Netanyahu. Importante notare che gli Emirati Arabi Uniti, pilastro degli accordi fortemente sponsorizzati da Trump, hanno fatto importanti investimenti nella città di Berbera, dove sorgono infrastrutture portuali e aeroportuali centrali per il Somaliland.
La bandiera della nuova ambasciata

Per ora non è stato ancora annunciato quale edificio ospiterà l’ambasciata del Somaliland in Israele. La maggior parte delle missioni diplomatiche nel Paese - fatta eccezione per Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Kosovo e Papua Nuova Guinea - risiedono a Tel Aviv o nei dintorni per ovvie ragioni politiche. Chissà se dopo il tanto storico quanto controverso annuncio, il Somaliland deciderà per l’all-in riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele.
Che sia affacciata sul Mar Mediterraneo o con vista sulla Cupola della Roccia una cosa è certa: l’ambasciata esporrà orgogliosamente la bandiera del Somaliland fuori dall’edificio. Scopriamo qual è la genesi, il significato e le curiosità dietro questo vessillo decisamente poco noto.
La bandiera del Somaliland mostra i colori panarabi anche se i somali non sono un popolo di etnia araba. La lingua araba è sì ufficiale nel Paese - assieme al somalo e all’inglese - ma è esogena e fu introdotta assieme all’islam già nel VII secolo d.C.

La religione di stato è dichiarata in maniera piuttosto esplicita dalla presenza nel vessillo della shahada, la dichiarazione di fede di ogni musulmano: Lā ilāha illa-llāh, Muḥammadun rasūlu-llāh ovvero “Testimonio che non c’è altro Dio all’infuori di Allah e testimonio che Maometto è il Suo Messaggero”.
Questa caratteristica accomuna la bandiera a quella dell’Arabia Saudita e dell’Afghanistan ma anche a quella dei Talebani, di al-Qaida, di Daesh, di Jabhat al-Nuṣra… insomma ci siamo capiti. La presenza di un riferimento religioso così esplicito rende il vessillo “sacro” e per questo non può mai essere issato a mezz’asta.
Il verde è un ulteriore riferimento alla religione islamica (è diventata consuetudine dire che fosse il colore preferito di Maometto) oltre che alla prosperità. Comunemente poi, il bianco simboleggia la pace mentre il rosso è come sempre un riferimento al sangue versato per l’indipendenza e l’autodeterminazione del Somaliland.
Nonostante non sia dichiarato in maniera esplicita da fonti governative, l’astro nero a cinque punte - chiamato Stella dell’Unità - indica le cinque regioni storicamente abitate dal popolo somalo: il Somaliland (ex Somalia britannica), la Somalia orientale (ex Somalia italiana), Djibouti (ex Somalia francese), l’Ogaden (in Etiopia) e il Northern Frontier District (in Kenya). Questo elemento è lo stesso nella bandiera della Somalia.
Il vessillo venne adottato nel 1996, diversi anni dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza della regione dal controllo di Mogadiscio avvenuta nel 1991. La bandiera nazionale prende forma dallo stendardo del Movimento Nazionale Somalo, partito politico che ha portato avanti il processo di secessione dalla Somalia di Siad Barre.
Articolo a cura di: Andrea Macchioni